La grande e maestosa pieve di San Lorenzo a Borgo, il più vasto edificio sacro romanico dell’intero contado fiorentino, risale alla fine del XII secolo, ma la presenza di una chiesa plebana nell’abitato borghigiano è ricordata fin dal 934.

Si trattava certamente di una ben più modesta chiesa a semplice aula absidata, resti della quale sono forse riconoscibili nei rilievi lapidei a motivi vegetali e nastri intrecciati (secc. VIII-IX), ancora oggi visibili sulla facciata e sul fianco nord della chiesa. La grande facciata della pieve, a quattro spioventi) è il frutto di un restauro di gusto purista operato intorno al 1922, mente più evidenti brani del paramento murario originale, in regolari e ben squadrate bozze in macigno, sono riconoscibili nell’abside semicircolare, sopra la quale si erge il massiccio campanile a pianta esagonale irregolare in laterizio.

Edificato successivamente al corpo della chiesa, risale, con tutta probabilità, agli anni immediatamente precedenti al 1263, data scolpita su un capitello di una delle bifore. Il campanile, probabilmente concepito da un mastro costruttore di origine padana, presenta la caratteristica rara, se non unica, di sorgere direttamente sulla più antica abside della pieve.

L’interno, a pianta basilicale senza transetto, colpisce per l’ampia e solenne spazialità. I sostegni divisori delle tre navate sono costituiti da colonne sul lato sinistro (nord) e da colonne e pilastri in quello opposto. Tale irregolarità costruttiva sembra indizio di un’ampia ricostruzione dell’edificio realizzata forse in conseguenza di un crollo che condusse alla riedificazione del campanile e di buona parte del lato destro della chiesa, agli inizi della seconda metà del Duecento, probabilmente proprio in corrispondenza dell’anno 1263. Le colonne cilindriche, alcune delle quali frutto di un ampio restauro della metà del secolo scorso, presentano capitelli scolpiti di tipo composito, secondo una tipologia e uno stile riscontrabili in alcune pievi del Casentino e del Valdarno Superiore. Cruciale per la storia della pieve risulta la figura di Damiano Manti da Imola, che fu pievano a Borgo dal 1503 al 1543 ed al quale si deve un radicale intervento di ripristino architettonico e funzionale della chiesa, tra cui la realizzazione degli eleganti altari laterali.  All’inizio della navata destra si vede il monumento sepolcrale del pievano, ricordato da una epigrafe che vi si può leggere.

Ulteriori lavori interessarono la pieve agli inizi del XIX secolo: in quell’occasione l’edificio assunse un aspetto spiccatamente neoclassico e che ha mantenuto sino agli anni quaranta del Novecento, quando, al tempo del pievano mons. Ugo Corsini, una campagna di restauri gli conferì sostanzialmente il carattere odierno, frutto anche di integrazioni e ricostruzioni forse non sempre filologicamente e storicamente ineccepibili, almeno secondo i più moderni criteri di restauro, mirati a dare alla chiesa un carattere chiaramente romanico.

Veramente considerevole è il patrimonio artistico della pieve. L’opera più antica, e più prestigiosa, è visibile sopra il primo pilastro della navata destra: si tratta di una tavoletta dipinta raffigurante la Madonna col Bambino (del quale, in realtà si vedono solo resti dei due piccoli bracci protesi verso la Vergine), frammento superstite di una più ampia pala d’altare riferita all’attività giovanile di Giotto, all’incirca contemporaneamente alla decorazione della basilica superiore di Assisi. Il dipinto giottesco  costituisce il primo episodio di una serie di altri lavori di epoca medievale, cioè la piccola tavola centinata raffigurante la Madonna col Bambino, interpretazione in chiave raffinatamente decorativa del vicino modello giottesco, opera del pittore fiorentino Niccolò di Pietro Gerini degli anni Ottanta del, la poco più tarda, tavola con la Madonna col Bambino e Angeli, certamente sportello centrale di un polittico disperso, dipinto di Agnolo Gaddi, opera rimarchevole per lo splendore cromatico e per la ricchezza decorativa, per finire col grande Crocifisso sagomato e dipinto (proveniente dal fiorentino seminario maggiore), avvicinato all’ambiente di Lorenzo Monaco, ad un pittore forse prossimo al Maestro della Santa Verdiana. Agli inizi del Cinquecento, invece, risale il monumentale Crocifisso ligneo che campeggia sopra l’altare maggiore, opera, opera di notevole qualità, avvicinata ai modi di Jacopo Sansovino (proveniente dal soppresso convento francescano di San Francesco). Nel vasto catino absidale campeggia il grande dipinto con Cristo pantocrator tra i Santi Lorenzo e Martino, opera di Galileo Chini e risalente al 1906.

Anche gli altari laterali presentano un importante e ricco repertorio di pittura fiorentina dei secoli XVI e XVII:  intorno al 1515 risale la bella tavola raffigurante San Sebastiano tra i Santi Macario e San Vincenzo Ferrer, assegnata a Francesco Ubaldini detto “Il Bachiacca” (navata sinistra). La Deposizione di Cristo (secondo altare di destra) è invece opera firmata e datata  (1591) del pittore, allievo di Santi di Tito, Cesare Veli, noto solo per questa opera. Il Seicento è validamente rappresentato da pale che campeggiano su altri altari laterali: la Vergine che intercede presso Cristo, pregata dai Santi Francesco e Domenico, splendida tela di Matteo Rosselli (1615), la cui lunetta con l’Eterno benedicente, è opera di Francesco Furini,  mentre a Jacopo Vignali è ricondotta la tela con San Giovanni evangelista ha la visione dell’Immacolata Concezione, posta sull’ultimo altare della navata sinistra.

Lungo il lato destro, in corrispondenza del terzo altare, si vede una tela con San Michele Arcangelo, opera del pittore locale Pietro Paolo Colli (morto nel 1822), noto anche per essere stato il maestro di Pietro Alessio Chini, il capostipite della ben nota dinastia mugellana. Sullo stesso altare si trova anche un bel busto in terracotta policroma che raffigura San Lorenzo Martire, copia antica dell’originale di Donatello, un tempo appartenente alla pieve ed oggi in una collezione privata. Sull’ultimo altare della navata è collocata una grande tela con la Madonna del Rosario, opera anonima e variamente attribuita al Vignali o Fabrizio Boschi (fine XVI secolo).

Il patrimonio della chiesa si fregia anche di una bella pala d’altare raffigurante la Madonna col Bambino tra i santi Giovanni e Tommaso, attribuita a Piero di Cosimo negli anni 1510-1520 (controfacciata). Il quadro, di indubbia e affascinante qualità, è giunto nella pieve dopo gli sconvolgimenti operati al patrimonio artistico delle confraternite dalla soppressione leopoldina e se ne ignora la collocazione originaria. Ancora al Vignali si deve la Pentecoste (1648), anch’essa posta sulla controfacciata, ma originariamente destinata all’oratorio della Confraternita borghigiana dello Spirito Santo.

Percorrendo le navate della chiesa, sul pilastro della quinta campata, si nota un affresco con la Madonna col Bambino. Opera poco studiata ma di apprezzabile qualità, è riconducibile alla prima metà del Cinquecento e ripropone i modelli elaborati nei primi decenni del secolo dai grandi artisti quali Raffaello e Andrea del Sarto.  

Sul sagrato della pieve, appoggiato alla parete del monastero di Santa Caterina, si vede la monumentale edicola dedicata a San Francesco d’Assisi, eseguita nel 1926 (in occasione del centenario francescano) dalla manifattura Fornaci san Lorenzo e da alcuni componenti della famiglia Chini.

In attesa di sistemazione, e quindi non ancora visibile, è un’altra importante opera, la Madonna col Bambino, Santa Elisabetta e San Giovannino, di mano di Santi di Tito, uno dei più sensibili ed eleganti pittori della Firenze tardocinquecentesca (proveniente dall’oratorio del SS. Crocifisso).