XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Domenica 5 Ottobre
Pieve: alla Santa Messa delle 8.00 ricordiamo: Luca Romano (Via di Salto – Panicaglia) e Clara Crocetti nei Ribecchini (Scarperia).
Chiesa di San Francesco: la Santa Messa delle ore 10.30 viene celebrata qui anziché al Santuario. Partecipa la Corale Santa Cecilia.
Partecipano gli Alpini che ricordano i 90 anni di presenza e il loro patrono San Maurizio.
Al termine Velatio del Santissimo Crocifisso.
Santuario: ore 12.00: supplica alla Madonna del Rosario di Pompei.
Figliano: si conclude la settimana comunitaria dei Giovani e Giovanissimi.
Pieve: ore 16.00 Germano Gabriel Manocchio riceve il Battesimo.
Sant’Omobono: ore 21.00, presentazione della nuova edizione del libro “Ricordi di un vecchio prete” di don Leto Casini. Saranno presenti i curatori: don Vittorio Menestrina e Paolo Toni. A seguire, il Concerto-Spettacolo del Coro “Mulieris Voces”.
Mercoledì 8 Ottobre
Centro Giovanile: ore 16.30 incontro sulla PAROLA DI VITA aperto a tutti.
Sabato 11 Ottobre
Santuario: ore 18.00, Santo Rosario per la Pace in comunione di preghiera con papa Leone.
Martedì 14 Ottobre
PELLEGRINAGGIO ALLA BASILICA DI SAN PIETRO A ROMA
Iscrizioni presso l’Associazione Non Solo Giovani all’interno del Centro Giovanile – Corso Matteotti 216; orario: Martedì dalle 10 alle 12; Venerdì dalle 17 alle 19.
PULIZIE DELLA PIEVE
Chi fosse disponibile per le pulizie nella Pieve, il gruppo delle volontarie si ritrova ogni Giovedì alle 14.00. Grazie.
CATECHESI DEL PAPA: Gesù Cristo nostra speranza.
III. La Pasqua di Gesù.
9. La risurrezione. «Pace a voi!» (Gv 20,21)
Il centro della nostra fede e il cuore della nostra speranza si trovano ben radicati nella risurrezione di Cristo. Leggendo con attenzione i Vangeli, ci accorgiamo che questo mistero è sorprendente non solo perché un uomo – il Figlio di Dio – è risorto dai morti, ma anche per il modo in cui ha scelto di farlo. Infatti la risurrezione di Gesù non è un trionfo roboante, non è una vendetta o una rivalsa contro i suoi nemici. È la testimonianza meravigliosa di come l’amore sia capace di rialzarsi dopo una grande sconfitta per proseguire il suo inarrestabile cammino.
Quando noi ci rialziamo dopo un trauma causato da altri, spesso la prima reazione è la rabbia, il desiderio di far pagare a qualcuno ciò che abbiamo subito. Il Risorto non reagisce in questo modo. Uscito dagli inferi della morte, Gesù non si prende nessuna rivincita. Non torna con gesti di potenza, ma con mitezza manifesta la gioia di un amore più grande di ogni ferita e più forte di ogni tradimento.
Il Risorto non sente alcun bisogno di ribadire o affermare la propria superiorità. Egli appare ai suoi amici – i discepoli – e lo fa con estrema discrezione, senza forzare i tempi della loro capacità di accoglienza. Il suo unico desiderio è quello di tornare a essere in comunione con loro, aiutandoli a superare il senso di colpa. Lo vediamo molto bene nel cenacolo, dove il Signore appare ai suoi amici chiusi nella paura. È un momento che esprime una forza straordinaria: Gesù, dopo essere sceso negli abissi della morte per liberare coloro che vi erano prigionieri, entra nella stanza chiusa di chi è paralizzato dalla paura, portando un dono che nessuno avrebbe osato sperare: la pace.
Il suo saluto è semplice, quasi ordinario: «Pace a voi!» (Gv 20,19). Ma è accompagnato da un gesto talmente bello da risultare quasi sconveniente: Gesù mostra ai discepoli le mani e il fianco con i segni della passione. Perché esibire le ferite proprio davanti a chi, in quelle ore drammatiche, lo ha rinnegato e abbandonato? Perché non nascondere quei segni di dolore ed evitare di riaprire la ferita della vergogna?
Eppure, il Vangelo dice che, vedendo il Signore, i discepoli gioirono (cfr Gv 20,20). Il motivo è profondo: Gesù è ormai pienamente riconciliato con tutto ciò che ha sofferto. Non c’è ombra di rancore. Le ferite non servono a rimproverare, ma a confermare un amore più forte di ogni infedeltà. Sono la prova che, proprio nel momento del nostro venir meno, Dio non si è tirato indietro. Non ha rinunciato a noi.
Così, il Signore si mostra nudo e disarmato. Non pretende, non ricatta. Il suo è un amore che non umilia; è la pace di chi ha sofferto per amore e ora può finalmente affermare che ne è valsa la pena.
Noi, invece, spesso mascheriamo le nostre ferite per orgoglio o per timore di apparire deboli. Diciamo “non importa”, “è tutto passato”, ma non siamo davvero in pace con i tradimenti da cui siamo stati feriti. A volte preferiamo nascondere la nostra fatica di perdonare per non apparire vulnerabili e per non rischiare di soffrire ancora. Gesù no. Lui offre le sue piaghe come garanzia di perdono. E mostra che la Risurrezione non è la cancellazione del passato, ma la sua trasfigurazione in una speranza di misericordia.
Poi, il Signore ripete: «Pace a voi!» E aggiunge: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (v. 21). Con queste parole, affida agli apostoli un compito che non è tanto un potere, quanto una responsabilità: essere nel mondo strumenti di riconciliazione. Come se dicesse: “Chi potrà annunciare il volto misericordioso del Padre, se non voi, che avete sperimentato il fallimento e il perdono?”.
Gesù soffia su di loro e dona lo Spirito Santo (v. 22). È lo stesso Spirito che lo ha sostenuto nell’obbedienza al Padre e nell’amore fino alla croce. Da quel momento, gli apostoli non potranno più tacere ciò che hanno visto e udito: che Dio perdona, rialza, ridona fiducia.
Questo è il cuore della missione della Chiesa: non amministrare un potere sugli altri, ma comunicare la gioia di chi è stato amato proprio quando non lo meritava. È la forza che ha fatto nascere e crescere la comunità cristiana: uomini e donne che hanno scoperto la bellezza di tornare alla vita per poterla donare agli altri.
Cari fratelli e sorelle, anche noi siamo inviati. Anche a noi il Signore mostra le sue ferite e dice: Pace a voi. Non abbiate paura di mostrare le vostre ferite risanate dalla misericordia. Non temete di farvi prossimi a chi è chiuso nella paura o nel senso di colpa. Che il soffio dello Spirito renda anche noi testimoni di questa pace e di questo amore più forte di ogni sconfitta.
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